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Gli Artisti della Bruna

  20/03/2009
Da secoli e ben prima del 1389, anno in cui è istituita la festa della Visitazione della Beata Vergine, i materani onorano la propria protettrice. Nel corso dei secoli la festa si arricchisce di nuovi elementi più o meno appariscenti finché, nel 1690, si costruisce un “carro trionfale”.

Da allora, l’ingegno e le mani di artigiani e artisti più o meno noti come il falegname Leonardo Traietto, il sacerdote don Leonardo Angelino, i Conversi, i Bonamassa, Francesco Antonio Guarini, i D’Antona, i Pentasuglia, gli Epifania e i Nicoletti, hanno plasmato la cartapesta consegnando alla città di Matera autentiche opere d’arte con continuità fino ad oggi.
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In città sono proprio questi artigiani e questi artisti a riunirsi, sin dal 1615 e su iniziativa di don Giovanni Securati, nella Congregazione di Gesù Flagellato, meglio conosciuta come Congregazione degli Artieri o degli Artisti. Per secoli è questo il “luogo” in cui non solo si formano coloro che contribuiranno a rendere unica la nostra festa patronale ma è anche il luogo di incontro della tradizione e dell’innovazione, dell’esperienza e dell’ingegno di un’intera comunità.

Il carro di anno in anno si evolve divenendo sempre più ricco e sontuoso finché, a fronte di un’ingente spesa, non si decide di conservalo in un “lamione” costruito appositamente nella contrada detta di San Lazzaro o San Pardo.

Nel corso della processione, la grande macchina di legno e cartapesta subisce notevoli danni rendendo indispensabile il rifacimento totale o parziale dell’opera, prima di giungere nuovamente al 2 luglio. A questo va aggiunta l’esigenza della gente di tenere con sé, nella propria casa, qualcosa di sacro e molto caro, un “pezzo” dell’identità cittadina.

Cenni storici sul Carro della Bruna

Elemento fondamentale nonché profano della festa della Bruna, almeno a partire dai primi anni del ‘600, sono i fuochi pirotecnici, evolutisi poi in un vero e proprio spettacolo pirotecnico partendo da guglie e piramidi e giungendo al cosiddetto “castello”, nome che tuttora indica - nel vernacolo - i fuochi pirotecnici.

Il “castello”, eretto nella Piazza Grande cioè nell’attuale Piazza Sedile, si compone di quattro statue, raffiguranti uomini, donne o animali, agli angoli e di un grande intreccio di mortaretti e cascate luminose che incendiandosi, finisco inevitabilmente per distruggere l’intera struttura, statue comprese. Negli anni l’architettura del “castello” si fa sempre più complicata e sontuosa; si aggiungono statue, in anni differenti si realizza un “vascello”, il “gioco della matematica”, la “palomba”

Un ulteriore elemento che s’inserisce nella festa della Madonna della Bruna alla fine del ‘600 è il carro trionfale, un elemento appartenente alla cultura spagnola e diffuso, in forme differenti, in molti centri dell’Italia Meridionale.
Gli autori del primo carro, realizzato nel 1690, sono il falegname Leonardo Traietto, membro della Congregazione di Gesù Flagellato detta anche degli Artisti o degli Artieri, che realizza l’ossatura lignea e il sacerdote e decoratore don Leonardo Angelino.

Nei primi anni l’apparato decorativo della grande macchina di legno, carta e tela, doveva essere molto semplice. Comunque, dopo pochi anni, la costruzione del carro trionfale entra a far parte a pieno titolo della festa, grazie al generoso contributo di numerosi cittadini, più o meno abbienti, e in particolare dell’Arcivescovo di allora, lo spagnolo Mons. Antonio del Ryos y Culminarez pur restando i fuochi pirotecnici l’elemento profano predominante.

A fronte di spese così ingenti gli amministratori della Cappella della Bruna si preoccupano di salvaguardare l’opera - non distrutta, tantomeno “assaltata” -, creando un apposito “recinto” su un terreno di proprietà del Capitolo Maggiore, situato nella contrada di San Pardo, anticamente conosciuta con il nome di San Lazzaro, per via dell’ospedale diretto dai cavalieri dell’omonimo ordine, e poi anche come contrada del “carro dirupato”, forse a perenne memoria di un disastroso avvenimento.

Per maggior sicurezza l’ingresso del recinto viene murato a conclusione dei festeggiamenti per poi essere “liberato” l’anno successivo. La mancanza di una appropriata copertura a salvaguardia dell’opera e i danni subiti durante la processione a causa delle strade accidentate che collegano il recinto alla città, costringono gli amministratori della Cappella a provvedere alla riparazione o alla completa ricostruzione del carro trionfale.

Tra il 1754 e il 1755, il Capitolo fa costruire una baracca di legno in attesa di erigere un “lamione” che sia «per comodo del carro» e che eviti di spendere «in ogni anno denaro per lo sfabbricamento e fabbricamento del portone da dove esce il Carro, ed anche per non stare soggetto all’intemperia del tempo come suole accadere per farsi in luoco scoverto»

Subendo notevoli danni non solo nell’apparato decorativo ma anche alla struttura lignea, il carro viene quasi del tutto distrutto con l’asportazione, da parte della gente, dei residui decorativi. Ancora per anni gli amministratori della Cappella provvedono a far riparare o rifare il carro trionfale finché, nel 1813, si giunge a spendere l’esorbitante cifra di 164 ducati e pertanto ne fu imposta, almeno per un decennio, la conservazione.
La realizzazione dell’opera è affidata a Francesco Antonio Guarini, artista originario di Montepeloso (oggi Irsina), morto annegato per un tragico incidente nel fiume Basento nello stesso anno.

L’opera è talmente imponente che è necessario resecare gli stipiti della “Porta di Suso” per permettere l’arrivo del simulacro della Madonna in piazza Duomo. I documenti ci restituiscono qualche elemento descritto: dieci statue di legno, due fatte venire da Napoli, e otto vestite di stoffa; le raffigurazione femminili hanno parrucche, orecchini, collane e ornamenti per la testa (una di queste è Giuditta), le maschili sono provviste di sciabola, lancia e armi in genere.

Stando a quanto racconta lo storico e canonico della Cattedrale, Francesco Paolo Volpe, sul carro trovano posto anche musici e cantori: «nel piè di essa prende posto la musica istrumentale e vocale, che ne’ frequenti riposi canta in di lei lode inni e strofe»

Per tutto l’800 si assiste ad una restrizione delle spese per il carro, al contrario di quanto avviene per i fuochi pirotecnici, pur mantenendo l’usanza di rifare l’opera ex novo di tanto in tanto. La tradizione si ripete grossomodo inalterata fino al 1860 quando, stando a quanto riportato in alcune decisioni del Capitolo Maggiore, la scarsezza di mezzi a disposizione del clero, determinata dalle leggi eversive, fanno propendere i sacerdoti per una riduzione delle spese, un ritorno all’utilizzo della tela e, conseguentemente, alla conservazione del manufatto. La storia però ci dice che le cose si sono evolute diversamente giungendo comunque inalterate fino ai giorni nostri.

Testi a cura di Marco Pelosi  |  Fotografie >> Gaetano Plasmati
 
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Una produzione:
basilicatanet 2009

Testi: Filippo Olivieri, Marco Pelosi, Mario Raele

Musica: Pino Oliva
Voce: Massimo Lanzetta
Fotografia: Gaetano Plasmati

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